L’intelligenza artificiale è un gioco da esseri viventi. La biologia delle macchine spiegata da Kevin Kelly nel 1996

Il fondatore di Wired più di venti anni fa aveva analizzato nel suo libro i sistemi biologici da cui l’uomo prende ispirazione per creare macchine intelligenti. Nella civiltà del futuro la distinzione tra naturale e artificiale sarà sempre più sottile

La tecnologia nella civiltà neobiologica | Le macchine con competenze ispirate agli esseri viventi

Cosa ci ha lasciato la tecnologia da quando è entrata nelle nostre vite? Non molto di nuovo rispetto a quanto il meccanismo della vita aveva già configurato, a quanto pare. Il fondatore di Wired, il quotidiano americano di informazione scientifica avveniristica, già nel lontano 1996 profetizzava la nascita di una civiltà neobiologica, nella quale le macchine progettate dall’uomo saranno sempre meno distinguibili dalle forme di vita. A parlarne adesso, con l’exploit dell’intelligenza artificiale che si insinua nelle abitudini quotidiane delle persone, pare quasi una previsione scontata. Ma di scontato ha ben poco.

La civiltà neobiologica di cui parla Kelly ha come filo conduttore la vittoria della biologia sulla macchina, che come un flusso senza inizio né fine porta via con sé tutto quello che trova sulla sua strada

Nel libro che Kevin Kelly pubblicò, “Out of Control. La nuova biologia delle macchine, dei sistemi sociali e del mondo” si parla di una tecnologia che per crescere ha bisogno dell’intelligenza della biologia. La logica di “Bios”, ovvero l’intelligenza della vita, è qualcosa di molto complesso che aiuta la tecnologia a imparare alcune funzioni esclusive degli esseri viventi: la capacità di autoriprodursi, di autoripararsi, di evolvere e di apprendere. Il trasferimento di tali competenze sarà necessario perchè l’uomo ha creato sistemi sofisticati di intelligenza artificiale, che per essere veramente utili, dovranno essere dotati della parvenza del miracolo della vita.

Tecne e Bios insieme per una nuova forma di intelligenza

D’altronde fin dagli albori della civiltà l’uomo si rifaceva ai sistemi naturali per capire il mistero dell’esistenza di ogni cosa. Poi sono nate le macchine, è nata la tecnologia, la logica di “Tecne” ha creato sistemi complessi che spesso hanno sostituito l’intelligenza umana nello svolgimento di alcuni compiti. La bioingegneria ha modificato alcuni processi vitali. Ma nel prossimo futuro sarà necessario il procedimento inverso, ovvero quello che trasferisce il sapere biologico a quello artificiale. Le macchine, sempre più complesse, saranno più vicine ad un metodo di “funzionamento” proprio degli organismi viventi. Allo stesso tempo ciò che è biologico subirà forme sempre più sofisticate di ingegnerizzazione. La civiltà neobiologica di cui parla Kelly ha come filo conduttore la vittoria della biologia sulla macchina, che – come un flusso senza inizio né fine – porta via con sé tutto quello che trova sulla sua strada.

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La natura, così duramente sfruttata dall’uomo, avrà la sua rivincita nel lungo periodo. Anche l’intelligenza artificiale dovrà piegarsi alle leggi che governano la vita sulla terra, probabilmente connesse con le stesse che hanno ragione di esistere anche nell’universo. Il modello economico tradizionale, come spiega il fondatore di Wired nel libro, ne verrà profondamente intaccato, così come il modo di captare e produrre innovazione. Come viene ricordato nel saggio di Kelly, la natura non è solo una banca dati di geni e ed ecosistemi da preservare, è preziosa per trarre testimonianze, paradigmi e teorie. Distruggere le sue traccie, così come le tracce delle civiltà che ne hanno tratto significato, equivale a distruggere una possibilità di capire dove siamo e dove stiamo andando. Dunque Il futuro che la civiltà neobiologica ci prospetta non fa più paura a chi aveva paura delle macchine, ma forse farà paura a chi teme l’imprevedibilità della vita.