La moda multicolor di Burberry | Quando l’identità si sfuma in un arcobaleno di idee

Il mondo fantastico degli unicorni dalle criniere multicolore ci porta nel cuore del nuovo millennio. Mischiare tinte diverse per creare la tavolozza perfetta spinge verso la ricerca di un’identità più sfaccettata

L’arcobaleno simbolo di unità destrutturata e fluida

Più colori e messi tutti assieme: questa è la nuova tendenza per la moda che invade le passerelle di tutto il mondo, come quella di Burberry per l’autunno inverno 2018-2019. Avevate qualche dubbio che la febbre dell’Unicorno, con la sua criniera arcobaleno, avesse contagiato sia adolescenti che gente ormai più che adulta? Se sì, potete ricredervi dando un’occhiata alle capigliature in giro per strada, dove ciocche o intere chiome hanno colori che vanno dal rosa ciclamino all’azzurro cielo. Ma anche accessori fluo mischiati insieme tra di loro e trucco psichedelico.

Video della sfilata Burberry Autunno Inverno 2018-2019

Il segreto è nell’assenza di prevalenza di un colore sull’altro, là dove ciascuno è indispensabile per creare la tavolozza perfetta. Mescolare colori per creare un unicum nuovo, dove i confini che segnano il passaggio da una tonalità all’altra sono a volte tenui. Proprio come accade nell’arcobaleno, uno degli spettacoli naturali più belli, prodotto dalla rifrazione delle gocce di pioggia  colpite dalla luce del sole.

Riflettendo sulla tendenza dei colori arcobaleno c’è poco da scherzare, perchè sono lo specchio di una nuova cultura dell’identità fluida che va delineandosi man mano che questo millennio prosegue. Il trend multicolor è quindi segnale di identità i cui confini risultano sempre meno marcati, composte da tante parti diverse tra loro, che, finalmente, risultano unite le une alle altre, almeno all’apparenza.

Le sfumature, di colori, di razze o orientamento politico, sfuggono al controllo delle definizioni nette. In tal modo disorientano la gente, dando via libera a nuove formule di accesso alle identità.

Il 21° secolo ci ha portato alcune novità, anche se ce ne accorgiamo solo adesso

In realtà tante sono le previsioni fatte attorno ai cruciali cambiamenti che avrebbero portato gli anni 2000. Ed eccoci finalmente qui. Dopo quasi vent’anni, possiamo dire che effettivamente un bel po’ di cose si sono scombinate, a partire da un assestamento del concetto di identità.

Maschio o femmina, di destra o di sinistra, bianco o nero. Qualsiasi definizione che contenga un dualismo adesso non è più plausibile. Perlomeno il dualismo viene accettato in maniera meno radicata. C’è il beneficio del dubbio, almeno. Le sfumature, di colori, di razze o orientamento politico, sfuggono al controllo delle definizioni. In tal modo disorientano la gente, dando via libera a nuove formulazioni dell’aggettivo o del nome che più si avvicina al modo di essere di qualcuno o qualcosa. Insomma una gran confusione. Tuttavia abbiamo a che fare con un problema che non è esclusivo del nuovo millennio. Da sempre si è fatta una gran fatica per dare un nome alle cose, tanto che ogni parola ha in sé un significato frutto di migliaia di anni di cambiamenti culturali.

La questione è che, anche grazie a internet, vengono creati tanti nuovi lemmi e il significato che portano, così come il significante, diviene contagioso in poco tempo.

Che qualcosa, però, si stava muovendo nel 21° secolo, se n’è dato prova con la musica. Gli ultimi anni sono stati contraddistinti da una marea di “sotto-stili” nati da correnti musicali base. Un mix, a volte riuscito, a volte no, di musica già vista. Poichè la musica, così come la moda, è un’affidabile cartina tornasole del background culturale di un popolo, c’è da chiedersi se la voglia di mischiare cose diverse abbia investito anche il modo di esprimere l’identità delle persone nella sua accezione più ampia. La risposta è sì, ovviamente, e anche la globalizzazione ha dato il suo contributo per fare del concetto di identità una corrente soggetta a un cambiamento perpetuo.

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Cambiare il significato delle parole e l’identità delle cose

Così, proprio come avvenne nei secoli scorsi, quando nuove lemmi si creavano per definire il significato di amore o morte, oggi nascono nuove parole coniate dalle abitudini di gente comune. La questione è che, anche grazie a internet, ne vengono create di più, e il significato che portano, così come il significante, diviene contagioso in poco tempo. Così accade che possono cambiare in un tempo relativamente brevi gli aggettivi per definire qualsiasi cosa, contribuendo a cambiarne, nel lungo periodo, anche la percezione della sua identità.

Da qui riparte il discorso sul concetto di identità fluida.

Come può il minestrone di idee e culture diverse, compresa, forse, l’esigenza di rivedere un po’ tutto quello che è stato e rielaborarlo, condizionare in maniera profonda il modo di vedere le cose? Il motivo per il quale non le vediamo solo di colori netti, ma di tanti colori e sfumature diverse, pregiudicando l’attribuzione di una loro natura salda e inequivocabile?.

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Parlare con le macchine grazie alla Deep Learning | Google fa incetta di romanzi rosa per capire il linguaggio umano

Le reti neurali come chiave per imitare il sistema di gerarchizzazione di concetti tipico dell’apprendimento nell’uomo. Qualche intoppo c’è, ma la strada per la creazione di un modello di comprensione del linguaggio naturale è tutta in discesa

La Deep Learning per la comprensione semantica del linguaggio verbale

Parleremo con le macchine. Succede già da qualche tempo, come per l’assistente virtuale “Ok Google”, ma anche in altri settori della robotica di alto livello. Comprendere il linguaggio umano è un’operazione complessa, certo, ma a quanto pare meno impossibile di quello che si potrebbe credere. Sviluppatasi con ottimi risultati già a partire dagli anni ’80, con la creazione del Deep Learning, un campo di applicazione dell’Intelligenza Artificiale utilizzato nell’apprendimento del linguaggio umano naturale. Anche se le metodologie di sviluppo di tale applicazione sono diverse, come quella detta delle reti neurali profonde, hanno tutte un elemento in comune: una gerarchia dei diversi livelli di rappresentazione di concetti, a partire dal concetto di livello più basso, per poi proseguire a ritroso verso concetti di livello sempre più alto.

Quando si tratta di far assimilare alla macchina metodi di interazione con l’ambiente tipici dell’uomo, la questione non è tanto quella dell’immagazzinamento dei dati, ma quella di far apprendere alla macchina come questi dati possano essere tradotti in maniera simultanea per creare un concetto

Tuttavia la complessità del linguaggio umano, frutto di millenni evoluzione, non può essere ridotto ad una serie di algoritmi, o meglio, non del tutto. Google, per fare in modo che la comprensione del linguaggio naturale sia il più agevole ed efficace possibile, ha fatto “leggere” al suo sistema di apprendimento automatico più di 2800 romanzi rosa, per cogliere le infinite sfumature che la parola scritta (e verbale) può nascondere.

La questione, come si può ben immaginare quando si tratta di far assimilare alla macchina metodi di interazione con l’ambiente tipici dell’uomo, non è tanto quella dell’immagazzinamento dei dati – ma quella di far apprendere alla macchina come questi dati possano essere tradotti in maniera simultanea per creare un concetto – cioè un’elaborazione intelligente dei dati stessi.

Il linguaggio naturale interagisce con l’ambiente generando conoscenza predittiva: i limiti della Deep Learning

Per fare ciò, le centinaia di start up che oggi si dedicano proprio a questa ultima frontiera della AI, utilizzano le reti neurali, metodo di apprendimento della Deep Learning. Con il loro lavoro si possono ottenere quantità enormi di algoritmi.

Ma questo non basta, almeno per il momento, per fornire alla macchina strumenti completi per comprendere il linguaggio naturale. Per due motivi: il primo risiede nell’assimilazione di informazioni di origini e caratteristiche diverse, come accade nella mente umana. Si tratta di insegnare alla macchina un’organizzazione gerarchica delle informazioni provenienti da fonti diverse. Si basa proprio su questo modello il meccanismo di gerarchizzazione dei livelli di concetti del sistema Deep Learning, ma – nel caso del linguaggio verbale – capire come il cervello umano organizza e decodifica i suoni (e i significati che da essi ricava) richiede un ulteriore step di raffinazione del sistema.

Il linguaggio naturale è un connubio di saperi diversi, per fonte, ma soprattutto per metodo di interazione con l’ambiente. Questo procedimento genera quel fenomeno chiamato discontinuità

A questo proposito il Mit ha messo a punto un metodo per allenare la macchina a distinguere i suoni all’interno di una sequenza di rumori disturbanti di sottofondo. Lo scopo è quello di capire come la corteccia celebrale è in grado di effettuare una scrematura dei stimoli uditivi percepiti per poi assimilarli a suoni distinti riferibili a precisi significati. Anche in questo caso capire come funziona la gerarchia messa in atto per classificarli è un’operazione imprescindibile.

Il secondo motivo porta con sé le problematiche del primo e riguarda le informazioni che la macchina è in grado di assimilare. Il linguaggio naturale è un connubio di saperi diversi, per fonte, ma soprattutto per metodo di interazione con l’ambiente. Questo procedimento genera quel fenomeno chiamato discontinuità, un valore aggiunto alla comunicazione: il salto di qualità necessario alla creazione di una conoscenza predittiva.

Le reti neurali, per quanto possano tendere all’imitazione di un processo di gerarchizzazione delle informazioni, sono lontane dalle capacità di apprendimento tipiche dell’intelligenza umana. Per ovviare a questo inconveniente sono stati scritti algoritmi in grado di migliorare la capacità di apprendere della macchina, che utilizzano reti neurali artificiali. Anche stavolta la natura dà una mano all’intelligenza artificiale con un modello matematico ispirato alla rete neurale biologica, capace di creare un modello di apprendimento molto simile a quello umano. Le reti neurali artificiali sono in grado infatti di aumentare la capacità di calcolo della macchina, allineandola con la capacità umana di fare previsioni.

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Pochi dati per volta: come le macchine processano le informazioni

Detto ciò, la comprensione del linguaggio naturale rappresenta uno dei compiti più difficili da impartire ad un processore, per via della complessa sintesi di informazioni da elaborare.

L’organismo di ricerca di Deep Mind (acquisita da Google nel 2014) che si occupa di Intelligenza Artificiale, afferma che il meccanismo di apprendimento dei computer – anche se potenzialmente a lungo spettro – può assimilare “poche” cose per volta, e allo stesso tempo gli algoritmi hanno bisogno di una grande quantità di dati per elaborare un sistema di informazioni capace di generare un livello di astrazione paragonabile a quello umano. Questo richiede, allo stato attuale, un notevole dispendio di tempo e denaro per le aziende che decidono di intraprendere questo percorso.

Nel frattempo, possiamo farci una cultura leggendo Cime Tempestose di Emily Brontë.

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Chi ha paura della periferia? | La ridefinizione dei confini territoriali per favorire una distribuzione equa dei servizi

Al Sustainable Economy Forum 2018 si è discusso anche delle distanze spesso incolmabili tra zone differenti di uno stesso paese e di come esse contribuiscano a rendere meno fattibile la realizzazione di un nuovo modello economico

Economia e sfruttamento controllato delle risorse ambientali: quando?

Un futuro più sostenibile (per tutti) è possibile? Se ne è parlato al Sustanaible Economy Forum 2018, patrocinato dalla Comunità di San Patrignano e Confindustria. Il Forum, al quale hanno partecipato oltre 60 relatori nazionali e internazionale, ha sviluppato con tavole rotonde, approfondimenti e dibattiti, il tema dello sviluppo sostenibile e responsabile. Affrontare queste tematiche oggi appare più che mai importante e rappresenta una fonte di ispirazione e modus operandi per il progresso dei sistemi economici attuali.

La Green Economy, ovvero l’economia che prevede uno sfruttamento controllato delle risorse ambientali e una più equa distribuzione dei beni, potrà quindi divenire una realtà tangibile dalla grande maggioranza degli abitanti del pianeta in un futuro poco distante. Per ora grandi passi sono stati fatti nel concepimento di strategie che mirino alla soddisfazione di un benessere collettivo, ad un utilizzo “circolare” dei beni a disposizione e allo sviluppo di tecnologie che migliorino il rapporto tra uomo, paesaggio e lavoro.

Questa modalità di fruizione dei servizi (e quindi delle opportunità di inclusione in una economia globale) centro-riferita viene sovente replicata per un effetto “cascata” anche su larga scala, nel resto del territorio regionale e nazionale

Il ruolo dello sviluppo verticale delle città nell’esclusione delle zone periferiche dallo sviluppo del paese

A questo proposito il Forum del 12 e 13 aprile ha discusso di un argomento chiave per una distribuzione più capillare delle opportunità tra le diverse fasce sociali. Si tratta della riorganizzazione delle metropoli e delle zone limitrofe, che ancora oggi vengono sviluppate perlopiù in modalità “verticale”. Questo tipo di assestamento contempla una progressione sempre più incisiva dei servizi nell’area centrale della città, a discapito delle zone periferiche, ancora relegate in larga maggioranza ai ceti meno abbienti.

Questa modalità di fruizione dei servizi (e quindi delle opportunità di inclusione in una economia globale) centro-riferita viene sovente replicata per un effetto “cascata” anche su larga scala, nel resto del territorio regionale e nazionale. La conseguenza più immediata dopo l’esclusione sociale dei cittadini che abitano nelle periferie remote, è uno sfavorevole utilizzo delle risorse che ogni ambito di paesaggio può offrire, con pesanti ripercussioni sull’economia dell’intero paese.

Questa lacuna, che riguarda le realtà territoriali periferiche su scale e valori diversi – a livello urbano, regionale o nazionale – produce un risultato che lo stesso Prezioso definisce come sintomo di una perdita non solo economica, ma soprattutto di tipo sociale, a livello globale

Alla tavola rotonda del 12 aprile, per la tematica “Città sostenibili” è intervenuto Ambrogio Prezioso, presidente dell’Unione Industriali Napoli. Prezioso ha denunciato la mancanza di un’azione di “sistema” nella gestione delle opere pubbliche in una città come Napoli, che coinvolga insieme enti di partenariato, pubblici e privati. Questa lacuna, che riguarda le realtà territoriali periferiche su scale e valori diversi – a livello urbano, regionale o nazionale – produce un risultato che lo stesso Prezioso definisce come sintomo di una perdita non solo economica, ma soprattutto di tipo sociale, a livello globale.

Ambrogio Prezioso spiega che si tratta di un arretramento dello sviluppo che concerne tutti gli aspetti più sensibili dell’evoluzione di una civiltà. Infine lancia un dato a conferma della posizione arretrata delle periferie rispetto al centro urbano: nel mondo, oggi, circa l’80% del Pil viene prodotto nelle metropoli. Nel 1950 questo valore scendeva al 30%.

I strumenti per lo slittamento dei servizi dal centro urbano alla periferia | Modificare la configurazione delle città per accorciare le distanze

Oltre ad una sensibilizzazione sui temi della sostenibilità di tutti gli attori coinvolti nella gestione delle opere pubbliche (e sulla creazione di obiettivi che riescano ad essere attrattivi per chi investe), anche le tecnologie che aiutano la mobilità sono indispensabili per lo slittamento dei servizi dal centro urbano alla periferia. Sergio Solero, presidente di BMW Italia, nel suo intervento alla tavola rotonda promuove una diffusione sempre più ampia della Sharing Economy, anche attraverso la condivisione del mezzo di trasporto come accade nel Car Sharing, sottolineando l’importanza di agire in maniera incisiva sulle abitudini dei consumatori.

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L’auspicio è quello di modificare, grazie alla tecnologia ed a una corretta gestione politica delle risorse, gli ambiti di paesaggio destinati alla deriva e declinare i problemi che derivano da una massiccia urbanizzazione in opportunità per tutti i cittadini. Del resto questo sarà un tema di dibattito anche nel World Built Enviroment Forum di Londra il 23 e il 24 aprile. Lo studio del rapporto tra paesaggio e uomo e la geopolitica guidano il progresso tecnologico che convoglierà le economie mondiali verso un accorciamento delle distanze materiali tra domanda e offerta, che si traduce in una nuova configurazione delle città e delle zone periferiche.

L’intelligenza artificiale è un gioco da esseri viventi. La biologia delle macchine spiegata da Kevin Kelly nel 1996

Il fondatore di Wired più di venti anni fa aveva analizzato nel suo libro i sistemi biologici da cui l’uomo prende ispirazione per creare macchine intelligenti. Nella civiltà del futuro la distinzione tra naturale e artificiale sarà sempre più sottile

La tecnologia nella civiltà neobiologica | Le macchine con competenze ispirate agli esseri viventi

Cosa ci ha lasciato la tecnologia da quando è entrata nelle nostre vite? Non molto di nuovo rispetto a quanto il meccanismo della vita aveva già configurato, a quanto pare. Il fondatore di Wired, il quotidiano americano di informazione scientifica avveniristica, già nel lontano 1996 profetizzava la nascita di una civiltà neobiologica, nella quale le macchine progettate dall’uomo saranno sempre meno distinguibili dalle forme di vita. A parlarne adesso, con l’exploit dell’intelligenza artificiale che si insinua nelle abitudini quotidiane delle persone, pare quasi una previsione scontata. Ma di scontato ha ben poco.

La civiltà neobiologica di cui parla Kelly ha come filo conduttore la vittoria della biologia sulla macchina, che come un flusso senza inizio né fine porta via con sé tutto quello che trova sulla sua strada

Nel libro che Kevin Kelly pubblicò, “Out of Control. La nuova biologia delle macchine, dei sistemi sociali e del mondo” si parla di una tecnologia che per crescere ha bisogno dell’intelligenza della biologia. La logica di “Bios”, ovvero l’intelligenza della vita, è qualcosa di molto complesso che aiuta la tecnologia a imparare alcune funzioni esclusive degli esseri viventi: la capacità di autoriprodursi, di autoripararsi, di evolvere e di apprendere. Il trasferimento di tali competenze sarà necessario perchè l’uomo ha creato sistemi sofisticati di intelligenza artificiale, che per essere veramente utili, dovranno essere dotati della parvenza del miracolo della vita.

Tecne e Bios insieme per una nuova forma di intelligenza

D’altronde fin dagli albori della civiltà l’uomo si rifaceva ai sistemi naturali per capire il mistero dell’esistenza di ogni cosa. Poi sono nate le macchine, è nata la tecnologia, la logica di “Tecne” ha creato sistemi complessi che spesso hanno sostituito l’intelligenza umana nello svolgimento di alcuni compiti. La bioingegneria ha modificato alcuni processi vitali. Ma nel prossimo futuro sarà necessario il procedimento inverso, ovvero quello che trasferisce il sapere biologico a quello artificiale. Le macchine, sempre più complesse, saranno più vicine ad un metodo di “funzionamento” proprio degli organismi viventi. Allo stesso tempo ciò che è biologico subirà forme sempre più sofisticate di ingegnerizzazione. La civiltà neobiologica di cui parla Kelly ha come filo conduttore la vittoria della biologia sulla macchina, che – come un flusso senza inizio né fine – porta via con sé tutto quello che trova sulla sua strada.

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La natura, così duramente sfruttata dall’uomo, avrà la sua rivincita nel lungo periodo. Anche l’intelligenza artificiale dovrà piegarsi alle leggi che governano la vita sulla terra, probabilmente connesse con le stesse che hanno ragione di esistere anche nell’universo. Il modello economico tradizionale, come spiega il fondatore di Wired nel libro, ne verrà profondamente intaccato, così come il modo di captare e produrre innovazione. Come viene ricordato nel saggio di Kelly, la natura non è solo una banca dati di geni e ed ecosistemi da preservare, è preziosa per trarre testimonianze, paradigmi e teorie. Distruggere le sue traccie, così come le tracce delle civiltà che ne hanno tratto significato, equivale a distruggere una possibilità di capire dove siamo e dove stiamo andando. Dunque Il futuro che la civiltà neobiologica ci prospetta non fa più paura a chi aveva paura delle macchine, ma forse farà paura a chi teme l’imprevedibilità della vita.

Buone notizie cercasi | Come alzarsi la mattina e sentirsi di buonumore nonostante tutto

Le cattive notizie vincono sulle buone notizie? La curiosità verso le disgrazie del mondo è fisiologica, ma anche quella che deriva dall’entusiasmo contagioso delle idee che risolvono i problemi

Buone notizie e cattive notizie | Le belle novità passano in secondo piano?

Le buone notizie hanno le gambe corte, come le bugie, perchè circolano in media più lentamente di quelle brutte. Se nel 21° secolo non abbiamo ancora trovato un sistema per discernere le fake news dalle notizie che hanno un fondamento di verità, abbiamo però affinato l’arte di apprezzare le brutte notizie. In questa abitudine c’è soprattutto l’esigenza primordiale di captare nella maniera più veloce possibile informazioni necessarie per la tutela della nostra vita, come dati su pericoli imminenti che potrebbero mettere a repentaglio la nostra incolumità. Quindi è naturale essere fisiologicamente più attratti da notizie di fatti spiacevoli di attualità.

C’è poi il fattore “mal comune mezzo gaudio”: osservando le sventure di chi sta peggio di noi riusciamo ad apprezzare la nostra, anche misera, realtà. Infine c’è l’attaccamento alle disgrazie che è un fenomeno proprio dei mezzi di comunicazione e che scaturisce la curiosità, a volte morbosa, dei fatti di cronaca nera. Insomma, per un motivo o per un altro le cattive notizie hanno sempre avuto un discreto successo. Quelle belle, come succede anche nella vita per le cose di pregio che già possediamo, passano in secondo piano. Solo quando vengono a mancare ne avvertiamo l’urgenza.

nelle occasioni di condivisione del “mostro in prima pagina” nasce il seme del pregiudizio che servirà a costruire un’idea più chiara di ciò che è normale – o consueto – da ciò che non lo è

La gioia come motore per il cambiamento | da Internet ai Social Media

A ben guardare le buone notizie esistono, come afferma anche Silvio Malvolti, fondatore di Buonenotizie.it, una piattaforma di news positive che intende, come dice lo slogan, “ispirare attraverso la visione di un mondo migliore”. Raccontare cioè i fatti che hanno un impatto sul progresso della società, non quelli che descrivono un regresso della civiltà attraverso episodi arricchiti di dettagli volti a marcarne l’aspetto grottesco o aberrante.

Attraverso la gioia si esprime una forte volontà di cambiamento rispetto a chi ci vorrebbe succubi di una tristezza impartita dalle brutte notizie che provengono dai media

Proprio in queste occasioni di condivisione del “mostro in prima pagina” nasce il seme del pregiudizio che servirà a costruire un’idea più chiara di ciò che è normale – o consueto – da ciò che non lo è. Internet ha ampliato di molto il range di questa differenza, con una pluralità di informazioni fatta da milioni di persone ognuna con un propria opinione, sulle piattaforme web, social e non. In tal modo, nel grande minestrone di informazioni diverse, siamo diventati più tolleranti nei confronti dei “fenomeni da baraccone”, visto che abbiamo appurato che il mondo è bello perchè è straordinariamente vario.

Abbiamo imparato anche che le notizie buone esistono e ce ne sono molte, al pari delle cattive notizie. Del resto il senso di condivisione delle esperienze è cresciuto anche grazie a internet. Certo va di moda ancora la disgrazia, ma spesso e volentieri è la gioia a fare capolino nei titoli delle pagine social. Attraverso la gioia si esprime una forte volontà di cambiamento rispetto a chi ci vorrebbe succubi di una tristezza impartita dalle brutte notizie che provengono dai media. Come per dire: ”Felice nonostante tutto e alla faccia di tutto”.

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Il nuovo che aspettavi da tempo | la piattaforma di buone notizie made in USA

Di belle notizie parla anche “Good News Network”, il sito americano che in venti anni di attività ha saputo confermare l’importanza di un’informazione frutto di una visione dei fatti che comprenda un problema e la sua possibile risoluzione, abbandonando l’accento sugli aspetti che emotivamente distaccano da una percezione obiettiva dell’evento. Dato il successo della piattaforma creata da Geri Weis Corbley, sembra che le buone notizie non siano affatto una parte minoritaria dell’informazione, anzi costituiscano un potente vettore per la creazione di nuove forme di innovazione.

 

Il giardino terapeutico aiuta a curare la mente e ci mantiene con i piedi ben saldati a terra | Cascina Bollate e l’orticultura di Benjamin Rush

Le piante possono aiutare nel trattamento delle malattie di origine nervosa e ristabiliscono un equilibrio nella mente di chi se ne prende cura. Dal vivaio di Cascina Bollate ai giardini terapeutici alcuni esempi del rapporto risolutivo della natura con l’uomo

I giardini terapeutici per la cura delle malattie del sistema nervoso | La natura che migliora l’umore

Il contatto con la natura stimola i processi di guarigione da malattie e malesseri. Del resto già dai tempi degli orti botanici medioevali il giardino era ritenuto il luogo del rinnovamento dello spirito e del corpo. I giardini terapeutici – o nella versione anglofona Healing Gardens – sono sperimentati già da molto tempo in tutto il mondo per la cura di malattie, in particolare quelle che interessano il sistema nervoso.

Manipolare la vegetazione, interagendo con essa in un rapporto di scambio migliora l’umore e il quadro clinico di pazienti affetti da disturbi mentali

Pare che il contatto diretto, o anche la sola visione di un paesaggio naturale sia un toccasana per la progressione e la riuscita di terapie per il recupero delle funzioni moto-sensoriali in soggetti affetti da patologie neurologiche. Sentire il profumo dei fiori, toccare la terra e gli alberi ha un effetto positivo per il recupero delle funzionalità cognitive. Ma anche manipolare la vegetazione, interagendo con essa in un rapporto di scambio migliora l’umore e il quadro clinico di pazienti affetti da disturbi mentali più o meno gravi, diminuendo in taluni casi in consumo di farmaci.

Il vivaio Cascina Bollate di Susanna Magistretti | Le piante per imparare a rinnovare la vita

Il giardino terapeutico è già una realtà in diversi ospedali e strutture di recupero psico-motorio italiane, nonché in luoghi dove vengono trattati casi di emarginazione sociale. Le carceri, per esempio, come nel caso del Vivaio Cascina Bollate di Milano, sostenuto da una cooperativa sociale nella casa di reclusione di Bollate. Nel vivaio si coltivano piante erbacee perenni, annuali e rose antiche da destinare alla vendita diretta o online. Il vivaio, nato nel 2007 e fortemente voluto da Susanna Magistretti, tenta, attraverso l’attività di giardinaggio, il reinserimento nella vita collettiva dei detenuti. Lavorando la terra, rispettando i suoi tempi e imparando dagli sbagli si ripercorrono le fasi di nascita, crescita e morte proprie dell’esistenza di ogni essere vivente. Attraverso la rilettura dei vari momenti della vita di una pianta si ripensa alle propria e la si osserva con più naturalezza e lucidità, anche in modo più comprensivo. Si capisce che si può sbagliare e che uno sbaglio può portare danni anche permanenti, ma non significa che è arrivata la fine.

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Come tutte le attività motorie che generano creatività, essa contribuisce a ristabilire l’equilibrio tra azione e astrazione

Orticultura e giardino terapia per la cura delle malattie mentali

Susanna Magistretti ha ottenuto con il suo vivaio, di cui è fondatrice e presidente, il Premio Terre des Femmes della Fondazione Yves Rocher, arrivato alla sua seconda edizione. Grazie al Premio, del valore di 10.000 euro, la dott.ssa Magistretti intende creare un giardino didattico all’interno del carcere, un’area ricreativa posta all’ingresso del carcere di Bollate da destinare all’insegnamento dell’arte della cura del verde. Un progetto anche ecologico, che mira alla valorizzazione delle piante già presenti, come cachi, ciliegi e pioppi.

Stabilire un rapporto di scambio con la natura, in cui ognuno è parte attiva di un processo che porta al rinnovamento della vita, restituisce grandi risultati, come dimostrò Benjamin Rush nel ‘700 con la sperimentazione dell’orticultura nella cura delle malattie mentali. Come tutte le attività motorie che generano creatività, essa contribuisce a ristabilire l’equilibrio tra azione e astrazione, necessario per il benessere mentale, mentre il contatto con la natura permette di comunicare con la componente primordiale di ognuno di noi, quella che influenza le scelte che compiamo ogni giorno.

Stephen Hawking è morto all’età di 76 anni. Al mondo lascia la sua ironia e l’invito a vivere il cambiamento come un’opportunità

Quali conseguenze porta il cambiamento nelle nostre vite? Da un genio dell’astrofisica un esempio di come la più grande sfida sia cavalcare gli avvenimenti avversi e guardare con lucidità quello che la realtà ancora può offrirci

La carriera di scienziato e la disabilità fisica di Stephen Hawking

Affrontare il cambiamento con generosità: è questa la chiave per superare le grandi difficoltà della vita. Stephen Hawking nella grandiosità delle imprese che è riuscito a portare a termine in 76 anni di vita ha colto l’obiettivo. A sbarrargli la strada il quadro clinico di una persona con una disabilità fisica, quella che l’ha portato a passare circa 50 anni della sua vita su una carrozzina, incapace di muoversi e di parlare. Stephen Hawking aveva un Q.I. simile a quello di Albert Einstein o Isaac Newton, ma questo non basta da solo per fare della propria vita un simbolo di curiosità verso l’ignoto, di sfida all’incomprensibile.

Nel suo mondo fatto di numeri e formule non c’era spazio per il rimpianto di quanto aveva perduto, ma solo per quello che non sarebbe riuscito ad ottenere

La diagnosi e la tecnologia a supporto dell’opera di divulgazione

Hawking affermava che “l’intelligenza è la capacità di adattarsi al cambiamento e per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare”. A 21 anni il giovane scienziato riceve la diagnosi di una malattia che non lascia via di scampo: l’atrofia muscolare progressiva, che lo porterà lentamente a perdere la capacità di muoversi. Pochi anni più tardi una tracheotomia subita in seguito a una polmonite lo rende muto. A questo punto la tecnologia entra in aiuto di quel ragazzo simpatico e con la battuta pronta e gli dona un sintetizzatore vocale che diverrà la sua voce per portare a compimento l’opera di divulgazione del suo sapere. Nel suo mondo fatto di numeri e formule non c’era spazio per il rimpianto di quanto aveva perduto, ma solo per quello che non sarebbe riuscito ad ottenere. Il suo corpo era lì, su quella carrozzina, ma la sua mente viaggiava ogni minuto.

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Stephen amava viaggiare nel tempo e in un certo senso c’è riuscito, perchè ha superato il limite dello spazio ristretto della sua carrozzina ed ha esplorato quello senza limiti dell’universo

Il sapere senza confini di Stephen Hawking | Il viaggio nell’universo dello scienziato di Cambridge

Il 14 marzo 2018, giorno della morte di Stephen Hawking, il mondo lo ricorda con affetto, perchè quest’uomo fragile e potente allo stesso tempo ha voluto condividere da sempre il suo sapere con gli altri, attraverso la divulgazione letteraria, l’insegnamento e uno sguardo divertito sull’universo. Stephen amava viaggiare nel tempo e in un certo senso c’è riuscito, perchè ha superato il limite dello spazio ristretto della sua carrozzina ed ha esplorato quello senza limiti dell’universo. La vicenda di questo scienziato dimostra che il cambiamento nella nostra vita è solo uno stato mentale, in realtà si tratta del naturale decorso degli avvenimenti che prende direzioni inaspettate e un aspetto diverso da quello precedente. Anche in un’esistenza alternativa – in qualche luogo recondito del cosmo – Stephen Hawking non avrebbe potuto essere migliore di quell’uomo disabile che ha cambiato la storia dell’astrofisica moderna.

La plastica ha i giorni contati? Dal supermercato “plastic free” di Amsterdam alle iniziative italiane per lo smaltimento dei rifiuti nei paesi in via di sviluppo

Smaltire la plastica è sempre stato uno dei problemi dei paesi occidentali, per la grande mole di materiale da trattare e per la dispersione dei scarti nell’ambiente. Idee per un pianeta senza plastica arrivano anche dall’Italia

 

La plastica materiale da 200 milioni di tonnellate l’anno | La realtà nei paesi occidentalizzati e in quelli in via di sviluppo

La plastica è uno dei materiali più utilizzati dai paesi industrializzati. Lo confermano i dati: 200 milioni di tonnellate l’anno, che una volta terminato il loro ciclo di consumo vengono o bruciate sprigionando diossina oppure riciclate. Quest’ultima opzione, seppur più auspicabile della prima, è certamente più costosa. Forse i costi saranno calmierati quando l’economia del riciclo prenderà il sopravvento nella cultura occidentale, ma per ora l’atmosfera terrestre naviga in una modica quantità di plastica, per dirla con un’espressione priva di eufemismi. Nei paesi in via di sviluppo il discorso cambia, perchè laddove il consumo di beni materiali cala, cala anche la quantità di un certo tipo di rifiuti da smaltire. Quelli, ad esempio, derivati dalla plastica.

L’Ics, Centro Internazionale per la Scienza e l’alta Tecnologia di Trieste ha progettato la costruzione di un impianto pilota per la produzione di 8 mila tonnellate di plastica biodegradabile all’anno. Il costo stimato è di 4,5 milioni di dollari

I progetti pilota per lo smaltimento sostenibile dei rifiuti

L’Indonesia, dove il consumo di plastica aumenta ogni anno di più ma è ancora in proporzione più basso rispetto a quello dei paesi occidentalizzati, è un terreno fertile per la sperimentazione di una produzione massiva di plastica biodegradabile, in grado di dirottare le abitudini di consumo dei cittadini in modo efficace e automatico, senza le problematiche che derivano dai secoli di consumismo propri della cultura occidentale. Ad avere questa idea è stato l’Ics, Centro internazionale per la scienza e l’alta tecnologia di Trieste, che ha progettato la costruzione di un impianto pilota per la produzione di 8 mila tonnellate di plastica biodegradabile all’anno. Il costo stimato è di 4,5 milioni di dollari. Anche se la plastica biodegradabile non rappresenta una soluzione definitiva allo smaltimento completo dei polimeri della plastica, è comunque un primo passo in questa direzione. L’Ics non è nuovo a questo tipo di iniziative e collaborando con l’Onu per lo sviluppo industriale dei paesi emergenti promuove valide iniziative che mirino allo smaltimento intelligente dei rifiuti e alla creazione di modelli di economia sostenibile nei paesi in via di sviluppo, ma anche in realtà come la Cina.

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In Europa, specie nel nord, dove la cultura del consumo sostenibile è più sedimentata, ci sono esempi validi di micro-realtà “plastic -free”. A febbraio ha aperto ad Amsterdam il primo reparto di prodotti senza plastica in un supermercato biologico della catena Ekoplaza

L’impegno dell’Italia nella creazione di tecnologie sostenibili e il supermercato di Ekoplaza

Tutto questo non può che confermare l’impegno dell’Italia, che si pone in prima linea tra i paesi europei nell’ideazione di nuovi sistemi di smaltimento dei rifiuti e nella progettazione di materiali eco-compatibili. Ma se la tecnica non manca grazie alle menti brillanti che lavorano in istituti come l’Ics, la pratica lascia ancora a desiderare. Nel caso specifico della plastica non bastano i termovalorizzatori che la bruciano – né la neo-produzione di plastica biodegradabile – che, dati i costi, è ancora lontana da un inserimento consolidato nel mercato. Nel resto del mondo la situazione non è migliore, ma in Europa, specie nel nord, dove la cultura del consumo sostenibile è più sedimentata, ci sono esempi validi di micro-realtà “plastic -free”. A febbraio ha aperto ad Amsterdam il primo reparto di prodotti senza plastica in un supermercato biologico della catena Ekoplaza. È un esperimento anche politico – afferma Erik Does, ceo di Ekoplaza – un modo per testare biomateriali compostabili da sostituire a quelli tradizionali realizzati in grossa percentuale proprio da materie plastiche ottenute con sostanze derivate da petrolio.

Sian Sutherland sottolinea il limite imposto dal mercato per la diffusione a macchia d’olio di prodotti e imballaggi senza plastica: il costo di norma maggiore. Sempre Sutherland afferma però che, a ben guardare, non esisterebbe questa rilevante disparità di prezzo

I prodotti con imballaggio plastic free sono più costosi? L’opinione del fondatore di “A Plastic Planet”

Tutti i prodotti del reparto “plastic-free” sono conservati e confezionati in imballaggi biodegradabili o in vetro, metallo e carta. Il progetto è partito con il gruppo ambientalista “A Plastic Planet”. Il fondatore Sian Sutherland sottolinea il limite imposto dal mercato per la diffusione a macchia d’olio di prodotti e imballaggi senza plastica: il costo di norma maggiore. Sempre Sutherland afferma però che, a ben guardare, non esisterebbe questa rilevante disparità di prezzo. Resta il fatto che l’idea di punti vendita plastic free sarebbero una grande idea da replicare anche qui da noi, dove un consumo etico e sostenibile è la scelta di fasce di utenti sempre più vaste. Con buona pace della cara e vecchia plastica.

Come racconteremo il paesaggio a chi verrà dopo di noi | Un patrimonio immateriale che ognuno plasma a modo suo

Il paesaggio del vecchio continente è ricordato nell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, per celebrarne un valore da tramandare alle generazioni che verranno. Ricordando che la sua complessità è anche frutto delle nostre percezioni personali

 

Come cambierà il paesaggio che ci ha visto crescere e come raccontarlo a chi verrà dopo di noi

Cosa ne sarà del nostro paesaggio quotidiano tra qualche decennio? Il paesaggio che ci ha visto nascere, crescere e in tal modo ha contribuito a costruire la nostra identità, accompagnandoci ogni giorno nell’avventura della vita? Non lo sappiamo, certo. Sappiamo solo che cambierà. Definiamo però, prima di addentrarci in questo discorso, il concetto di paesaggio. Non stiamo parlando, in questa occasione, del paesaggio inteso come “porzione di territorio considerata da un punto di vista prospettico o descrittivo” (dizionario di Google), ma come il risultato dell’interazione di tutte le relazioni che esistono tra i diversi elementi che lo costituiscono. Queste relazioni si possono considerare attraverso molteplici punti di vista.

E’ difficile conservare una testimonianza materiale del paesaggio nel suo insieme, come accade per un’opera d’arte o un libro

Definizione di paesaggio | Testimonianza immateriale di un insieme di relazioni complesse

Dal punto di vista ecologico, ad esempio, il paesaggio è il risultato degli ecosistemi presenti, mentre sotto un punto di vista formale il paesaggio è l’aspetto visibile dell’ambiente e di tutte le cose materiali che lo caratterizzano: le case, le persone, i fiumi, il cielo, gli animali etc. Chiarire il concetto di paesaggio serve soprattutto a rivelarne meglio la sua complessità, che in ogni caso diviene ancora più consistente quando collima con la percezione e la coscienza che ogni essere umano ha di esso.

Tornando alla considerazione iniziale, il paesaggio è ben lungi dal poter essere catalogato e classificato come un reperto fisso e immobile. E’ difficile conservare una testimonianza materiale del paesaggio nel suo insieme, come accade per un’opera d’arte o un libro. Il paesaggio racchiude un insieme di elementi troppo complesso da poterlo intercettare al fine di unificarlo tutto in unico oggetto, o anche in un insieme di oggetti più o meno numerosi.

Per descrivere il paesaggio che abbiamo vissuto alle future generazioni possiamo solo mostrare tutto ciò che per noi o per la collettività è stato rilevante e lasciare che quell’insieme complesso di elementi riviva solo nella sua attuale conformazione

Descrivere il paesaggio | Percezione collettiva e individuale

Probabilmente, tra i dati storici che segnano gli eventi importanti dell’umanità, il paesaggio è quello più immateriale. Più immateriale di un evento, che può essere raccontato, così come di un’idea. Allora per descrivere il paesaggio che abbiamo vissuto alle future generazioni possiamo solo mostrare tutto ciò che per noi o per la collettività è stato rilevante e lasciare che quell’insieme complesso di elementi riviva solo nella sua attuale conformazione. In fin dei conti il paesaggio si lascia vivere per essere essere trasformato nel tempo, plasmato dalle storie di qualsiasi cosa vi abbia lasciato traccia.

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Sono in programma diverse iniziative in tutta Italia, incentrate sulla valorizzazione della storia, dei paesaggi naturali ma anche delle trasformazioni ambientali che hanno segnato l’Italia nel corso dei secoli

La Giornata Internazionale del Paesaggio | Valori e spazi comuni in Europa

Il 14 marzo 2018 si celebra la seconda edizione della Giornata Internazionale del Paesaggio. Sono solo due anni che, grazie al Decreto Ministeriale n.457 del 2016, il valore del paesaggio come identità culturale del paese Italia viene richiamato all’attenzione con un evento istituzionale di questa portata. Quest’anno, in occasione dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, si incoraggiano le nuove generazioni alla condivisione di questa risorsa, il paesaggio – per rafforzare il senso di appartenenza ad un spazio comune – quello dell’Europa.

Sono in programma diverse iniziative in tutta Italia, incentrate sulla valorizzazione della storia, dei paesaggi naturali ma anche delle trasformazioni ambientali che hanno segnato l’Italia nel corso dei secoli. L’obiettivo è quello di cercare di non esaurire il valore di un paesaggio ad una estemporanea scattata con un selfie, perchè, mentre noi ci allontaniamo da quel luogo dopo averne rubato un attimo di verità, esso è già cambiato sotto gli occhi di qualche altro viaggiatore.