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La povertà inenarrabile secondo Paul Schrader e la vita piena di sfumature di Shelly Bauman

La vita difficile di una spogliarellista degli anni ’60 che diventa la fondatrice del primo Pub Gay Friendly di Seattle. Shelly Bauman ha vissuto l’esperienza dell’emarginazione, pur essendo protagonista di una storia drammatica e gloriosa allo stesso tempo

La povertà, secondo Paul Schrader, è spesso inenarrabile anche nella finzione cinematografica. Nell’occasione di un commento sul film Nomadland di Chloé Zhao apparso sul New Yorker, il critico definisce la povertà descritta da Nomadland come una povertà di superficie, volutamente finta.

Schrader, sceneggiatore dei film cult Toro Scatenato e Taxi Driver con Robert De Niro, definisce la povertà vera cupa, senza fine e implacabile. L’unico modo per renderla drammatica nella finzione narrativa è di darle almeno un finale positivo. Che, nella realtà, spesso manca.

Shelly Bauman: disavventure e rivalsa sociale

La storia di Shelly Bauman è una storia di emarginazione a lieto fine, che ha raggiunto tale scopo non nella finzione narrativa, ma nel reale accadimento dei suoi epiloghi.

Shelley non si è mai veramente ripresa dall’essere stata allontanata dalla madre, “Aveva problemi a fidarsi delle persone, e senza fiducia non puoi avere amore.”

Monte Levine

Siamo nel 1947. La piccola Shelly Bauman frequenta lezioni di danza classica e la sua vita pare scorrere senza troppi scossoni, finché, quando lei aveva 16 anni suo padre si suicida. Secondo le testimonianze e i documenti dell’epoca, la madre dice a Shelley che quell’uomo non era in realtà il suo vero padre. La ragazza abbandona la casa familiare – fonti accreditate affermano che fu la madre a cacciarla di casa – a causa di una forte situazione di disagio e vive per diversi anni come senza tetto, guadagnando qualche soldo come ballerina. Molti anni dopo, nel 1968, Shelly arriva a Seattle, dove trova rifugio e accoglienza presso una famiglia afroamericana. Fu in quell’occasione che trova lavoro come spogliarellista.

Shelly Bauman, Credits: https://it.findagrave.com/

Due anni dopo una fatalità brutale quanto miserabile travolge un’altra volta la vita di Shelly Bauman. Il 14 luglio 1970 a Pioneer Square c’era una parata in onore del Bastille Day. Venne portato in piazza per l’occasione un cannone, che si presume fosse stato inizialmente pensato per sparare coriandoli. A questo punto, secondo le dichiarazioni di Bauman e quanto riportato dalla polizia, il cannone venne sigillato con una palla di cartapesta bagnata, ma il figlio del proprietario del cannone, per una bravata lo accese e lo sparò in direzione della folla.

La palla di cartapesta colpì in pieno il bacino di Shelly. Un dottore riuscì a fermare l’emorragia ma non impedì il destino infausto che spettò alla ragazza, alla quale fu amputata una gamba. Dopo l’evento la Bauman denunciò gli organizzatori della parata, l’operatore che mise in funzione il cannone e la città di Seattle che aveva ospitato l’evento. Come risarcimento ricevette 330.000 dollari, una cifra esorbitante anche oggi e ancor di più negli anni ’70.

Credits: LGBT HISTORY ARCHIVES IG:@lgbt_history

Il primo bar Gay di Seattle e i moti di Stonewall a New York

Shelly al tempo dell’incidente era amica di due uomini gay che vivevano in una casa nella Central Area – Villa Mae – luogo di molte feste in quel periodo. L’amicizia con i due uomini gay – e il contestuale trasferimento della giovane a Villa Mae, furono uno dei motivi per i quali Shelly decise di investire i soldi della causa vinta nell’apertura di un bar Gay Friendly.

Credits: MOHAI, Seattle PI Collection, Grant M. Haller; Center: Seattle P-I Archives

Rimanendo fedele a quel percorso che la portò a diventare ricca a 23 anni, Shelly decise che quella cifra doveva essere destinata alla costruzione del primo Bar per Gay a Seattle. La destinazione d’uso del locale non fu tanto il fatto di essere gay friendly. La sua funzione, che si rivelò nel tempo, era quella di ospitare chiunque a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Nel locale – chiamato Shelly’s Legballava anche Shelly sulla sua sedia a rotelle.

L’apertura del locale fu molto importante per i moti di Stonewall a New York nel 1969, rappresentando un punto di riferimento per le comunità gay e per il movimento di liberazione degli omosessuali. Monte Levine, custode di Shelly nei suoi ultimi anni di vita, affermò che Shelley non si è mai veramente ripresa dall’essere stata allontanata dalla madre, “Aveva problemi a fidarsi delle persone, e senza fiducia non puoi avere amore.” ribadì Levine. Shelley morì a Bremerton, Washington, nella sua casa di Bremerton, il 18 novembre 2010.

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Ancora oggi nel museo di Seattle Museum of History & Industry (MOHAI) è conservata la targa dell’insegna del locale. Nel 1975, solo 5 anni dopo la fondazione dello Shelly’s Leg, un incendio distrusse il locale, che non fu mai rimesso in sesto come ai tempi del suo splendore.

Lo Shelly’s Leg è rimasto un simbolo di libertà dalla segregazione dovuta a discriminazioni di vario tipo, come quella legata al ceto sociale, alla razza, all’orientamento sessuale e alla conformità fisica e mentale ad una determinata idea di normalità.

Non sappiamo bene cosa successe a Shelly nell’arco della sua vita avventurosa ai “margini” della società, ma forse sappiamo – con molta probabilità – che quei margini, Shelly, non li ha mai neppure intravisti.

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