150 anni di Jack London: ai confini dell’umano

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I personaggi di Jack London — Buck ne “Il richiamo della foresta”, Martin Eden che annega nella propria ambizione, lo stesso Zanna Bianca — non sono mai creature del tutto addomesticate. Qualcosa in loro appartiene sempre all’esterno, alla soglia

Il 12 gennaio 1876 nasceva a San Francisco Jack London. Quest’anno cadono i 150 anni dalla sua nascita, e la ricorrenza è un’occasione buona per tornare su una delle voci più vitali della letteratura americana — quella del Realismo sociale e del Naturalismo, una scrittura di corpi sotto pressione, di ambienti che plasmano e a volte distruggono chi li abita.

È proprio a questa soglia che sono dedicate alcune delle opere della serie “The Substance Playground. Le immagini della serie nascono ispirandosi alle opere di Jack London e a quel rapporto — insieme simbiotico e conflittuale — tra il paesaggio, la natura e l’uomo che attraversa tutta la sua scrittura: immagini pensate intorno all’idea di confine. London aveva capito che le presenze più inquietanti sono quelle che restano appena fuori dalla cornice della vita ordinaria, in attesa.

C’è un filo che attraversa tutta la scrittura di Jack London, dai ghiacci dello Yukon alle strade fangose dell’East End londinese: la domanda su dove finisca l’animale e cominci l’uomo — e su dove finisca l’uomo quando la natura o la storia smettono di proteggerlo.

Due libri, apparentemente lontanissimi, raccontano questa stessa inquietudine. Da una parte Zanna Bianca (1906), il romanzo del lupo che impara a diventare cane; dall’altra The People of the Abyss (1903), l’inchiesta nel ventre povero di Londra. Eppure, letti insieme — e affiancati ad altri capolavori come Il richiamo della foresta, Il lupo dei mari e Martin Eden — compongono un unico, grandioso progetto: la mappatura dell’essere umano ai suoi confini.

Il confine tra il selvaggio e il civile

Il punto di partenza è la natura. Nella scrittura di London, la natura non è mai uno sfondo: è una protagonista feroce, una forza che plasma, giudica e uccide. Nel Grande Nord, dove l’autore stesso visse l’avventura della corsa all’oro del 1897, il paesaggio è fatto di silenzio, di neve e di un freddo che annienta. È in questo mondo che Zanna Bianca nasce e impara la prima legge dell’esistenza — quella che il romanzo definisce la “legge del bastone e della zanna”. È una legge darwiniana e spenceriana: sopravvive chi è forte, rapido, spietato. London, lettore appassionato di Darwin e di Herbert Spencer, porta alle estreme conseguenze il naturalismo: l’istinto è il vero motore, la coscienza è una sottile patina sopra l’animale che siamo.

Ai confini dell’umano, scrive London, non c’è la bestia: c’è il primo gesto di pietà.

“Il selvaggio indugiava ancora in lui, e il lupo che era in lui dormiva soltanto” — scrive London. È una frase che vale come chiave di lettura per l’intero romanzo: la domesticazione non cancella la natura originaria, la addormenta. Zanna Bianca non è il racconto del trionfo del selvaggio: è il racconto di un attraversamento. Il lupo che diventa cane, che sceglie l’uomo e la sua bontà, incarna l’idea che l’umano non sia un punto di partenza ma un orizzonte. L’animale non viene “civilizzato” con la violenza: viene redento dalla pazienza e dall’amore di Weedon Scott. È qui che London rovescia il pessimismo biologico in una tesi morale: la domesticazione non è sottomissione, ma la possibilità, per la creatura, di abitare un mondo più vasto — quello dei sentimenti, della fedeltà, del dono. Ai confini dell’umano, scrive London, non c’è la bestia: c’è il primo gesto di pietà.

Artwork creato con AI tratto dalla serie ” The Substance Playground”

Il percorso inverso lo compie Il richiamo della foresta (1903), pubblicato lo stesso anno di The People of the Abyss: qui è Buck, cane domestico rapito e trascinato nello Yukon, a spogliarsi progressivamente della civiltà per rispondere al richiamo ancestrale del branco selvaggio. I due romanzi funzionano come specchi capovolti — uno racconta l’ingresso nell’umano, l’altro l’uscita da esso — e insieme dimostrano quanto per London il confine tra natura e civiltà non sia mai un muro, ma una soglia che si può attraversare in entrambe le direzioni.

Il destino che coincide con l’infinito

L’altro grande protagonista di questa scrittura è il destino. Nei racconti dello Yukon — da Il fuoco (1908) a Zanna Bianca — l’individuo è un punto minuscolo sospeso in un paesaggio sconfinato. La natura di London ha una qualità sublime: è un infinito indifferente, che non punisce né premia, semplicemente esiste. E in questo infinito il destino dell’uomo coincide con la sua capacità di ascoltare il proprio corpo, i segnali della neve, il limite delle proprie forze. La morte di chi sfida il freddo non è una vendetta divina: è un’equazione naturale. È un materialismo radicale, quasi cosmico — l’uomo che diventa “polvere e ghiaccio”, parte di quell’infinito che lo ha generato.

Eppure, in questo destino che sembra cancellare ogni libertà, London trova qualcosa di profondamente umano: la lotta. La dignità non sta nel vincere, ma nell’attraversare. I suoi eroi — Buck che risponde al richiamo del selvaggio, il cercatore d’oro che accende il fuoco, Wolf Larsen che in Il lupo dei mari (1904) incarna con brutale lucidità la volontà di potenza come unica legge del mare — sono figure tragiche nel senso più antico del termine: sanno che il destino è più grande di loro, eppure non smettono di scegliere. È questa tensione, tra determinismo e volontà, a rendere la natura di London una questione anche filosofica: il nostro destino coincide con l’infinito, ma solo perché scegliamo di misurarci con esso.

Qui London compie un gesto letterario decisivo: riconosce nel paesaggio urbano la stessa potenza terribile della natura.

La seconda natura: l’abisso

Poi arriva il 1903, e lo sguardo di London cambia direzione: non più la natura, ma la città. Incaricato di scrivere un reportage sulla povertà, lo scrittore si traveste da disoccupato e si inabissa per settimane nel cuore dell’East End di Londra, nei bassifondi di Whitechapel. Nasce The People of the Abyss, uno dei primi grandi esempi di giornalismo immersivo, un’inchiesta che non osserva dall’alto ma vive dall’interno: dorme nei dormitori pubblici, condivide il pane, ascolta le storie dei disoccupati, degli operai, dei bambini scheletriti.

Qui London compie un gesto letterario decisivo: riconosce nel paesaggio urbano la stessa potenza terribile della natura. L’abisso non è una metafora morale, è una geografia: un fondo sociale in cui gli esseri umani vengono risucchiati con la stessa ineluttabilità con cui il freddo uccide nel Grande Nord. Ma c’è una differenza fondamentale. Se la natura è indifferente, la società non lo è: la povertà ha un autore, ha una storia, ha colpevoli. E soprattutto ha un rimedio. La scrittura di London, socialista convinto, candidato del Partito Socialista alla carica di sindaco di Oakland, si fa qui romanzo sociale e sentimento collettivo: la folla degli esclusi non è più una massa anonima, ma un soggetto — un corpo comune che chiede giustizia.

Non stupisce che pochi anni dopo, nel 1909, London torni su questa stessa tensione tra istinto e riscatto sociale in Martin Eden, forse il suo romanzo più autobiografico: la storia di un marinaio autodidatta che si arrampica dal fondo della scala sociale fino al successo letterario, per scoprire che la vera solitudine comincia proprio quando si raggiunge la vetta. Anche qui l’uomo è sospeso tra due infiniti — quello della fame e della fatica da cui proviene, e quello del vuoto interiore che il successo non riempie.

Artwork creato con AI tratto dalla serie ” The Substance Playground”

La scrittura come ponte

Ciò che unisce Zanna Bianca e The People of the Abyss — e con essi Il richiamo della foresta, Il lupo dei mari e Martin Eden — è, in fondo, lo stesso atto di compassione. Nel lupo che impara ad amare e nell’operaio che non ha più nulla, London vede la medesima creatura: un essere vivo che cerca di abitare il mondo nonostante tutto. Il suo realismo non è mai cinico, e il suo naturalismo non è mai cinico: è una lotta per la dignità condotta con gli strumenti della letteratura. La natura insegna la durezza; la società insegna l’ingiustizia; e la scrittura, per London, è il luogo in cui queste due lezioni diventano un’unica coscienza — individuale e collettiva.

Jack London morì giovane, a quarant’anni, nel 1916, lasciando più di cinquanta volumi. Ma la sua eredità è un’immagine doppia che continua a inquietarci: il lupo ai margini del fuoco e la folla nell’abisso. Due modi di stare “ai confini dell’umano”. Due finestre sull’infinito — quello del ghiaccio e quello della miseria — attraversate dalla stessa, ostinata speranza: che l’uomo, alla fine, non sia definito dal destino che lo schiaccia, ma dalla pietà che sceglie di offrire.

A centocinquant’anni dalla sua nascita, quella soglia — tra il selvaggio e il civile, tra ciò che siamo e ciò che dormiente resta in noi — è ancora il luogo più fertile da cui guardare, esattamente su quel confine, nella sagoma che osserva da fuori, oltre il vetro.

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Immagine di copertina: Artwork created with AI by Claudia Sistelli

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